Pietro Mattei da Chiusdino Cantari in ottava rima (XVI sec.) – di Giulia Marucelli

Con piacere propongo, con preghiera di ulteriore diffusione, la presentazione del libro di prossima uscita sui Cantari in ottava rima di Chiusdino (ed. Nuova Immagine di Siena), curato da Andrea Conti e Giulia Marucelli, autrice della presente nota introduttiva.

In riferimento alla presentazione del libro, l’evento correlato lo potete trovare al seguente link.

Nel volume “Cantari di Pietro Mattei da Chiusdino (XVI secolo)”, a cura di A. Conti e G. Marucelli, sono raccolti poemi in ottava rima cinquecenteschi di argomento storico e favolistico.Copertina Mattei 2

I due poemi storici riguardano rispettivamente la Guerra di Siena vissuta dagli abitanti di Chiusdino, piccolo borgo della Val di Merse, e l’arrivo dei Turchi sulle coste maremmane nel 1544; quanto agli altri due, in uno si narrano le origini mitiche di Chiusdino fondato dal Chiusi signore di Scozia, mentre l’altro è una storia d’amore, la storia di Benuccio e Ariella di cui aveva parlato anche l’erudito Giuseppe Rondoni, e distesamente, in “Tradizioni popolari e leggende di un comune medioevale. Siena e l’antico contado senese” (Forni, 1886, rist. anast. 1996, pp. 190-194):

“Che poi nel popolo medioevale senese e nel contado le storie di amore fossero accreditatissime risulta pure […] da un gentile poemetto affatto popolare e del contado di Siena così per la intonazione e per la lingua, come per i luoghi ove l’azione si svolge. […] E a desiderare che venga presto pubblicato come contributo alla storia della poesia popolare italiana sbozzata stupendamente dal Prof. D’Ancona. [sic] Eccone il titolo […]”.

I testi costituiscono documenti interessanti sotto vari aspetti, considerando anche il fatto che non disponiamo di molti codici senesi di epoca moderna.
Sul piano storico ad esempio siamo riusciti ad identificare molti dei personaggi menzionati, come, per il poema sulla Guerra di Siena, Blaise de Monluc (“Morluche”) e il marchese di Forquevaux (“Forchuvò”) che hanno ricoperto ruoli di primo piano durante il conflitto; questo medesimo poema potrebbe offrire inoltre informazioni in riferimento alla storia della medicina, quando ad un certo punto si parla di una grave epidemia, che viene chiamata “male zuccho”. Molto probabilmente si tratta del “mal di mazucco” noto al Machiavelli, forma di malattia diffusa all’epoca:

Se uno voleva un bochale di vino
per potersi un poco ricriare,
Non espendava mancho d’un carlino;
e bisognava qualche mezo usare,
E similmente ancora qualche ovolino:
la coppia un grosso veniva a costare,
El male zuccho da tutti era chiamato
ch’i’ nol vorei avere qui ricordato.

Quanto alla lingua dei testi, un senese dai tratti arcaizzanti “punteggiato” qua e là di espressioni idiomatiche in parte conservatesi nell’attuale parlata chiusdinese, essa può a nostro avviso fornire dati di un certo rilievo anche nell’ottica di ulteriori studi sui rapporti tra vernacolo di Chiusdino, volterrano (a cui il primo viene tradizionalmente ascritto) e senese; ancora, i toponimi presenti nei testi, con le fantasiose etimologie dell’autore, potrebbero talvolta ispirare nuove indagini in merito. Nel poema “epico” su Chiusdino (“I Signori del Poggiolino”, primigenio nome di Chiusdino nella favola), ad esempio, ecco come viene spiegata l’origine del toponimo Miranduolo (castello di probabile origine longobarda, di cui ancora oggi si possono vedere le rovine nei pressi di San Galgano), la quale tuttavia non sembrerebbe allontanarsi molto dalla realtà, come documentato all’interno del volume:

Un giorno la signora, a riguardare
la ruina che ha auto Castel Solo
A un balcone, el Chiusi arivare
in compagnia del suo caro figliolo
Disse: “Signora, che state a guardare?”
ella rispose: “Miravo el mie duolo,
Del mie castel che al tutto è ruinato:
e così Miranduolo sarà chiamato.

I poemi possono dirci qualcosa anche sulla diffusione delle opere letterarie del tempo (volgarizzamenti di opere classiche e rifacimenti), sulla loro fortuna.
Analizzando alcune ottave, non abbiamo potuto fare a meno di ipotizzare che il nostro autore potesse aver letto il rifacimento dell’Orlando Innamorato ad opera del letterato toscano Francesco Berni. Lo si evincerebbe in particolare da alcune strofe di chiusura. Ecco come conclude alcuni canti il Berni:

[fine III canto] Ma perch’io non potrei mai dirne tanto / meglio è che lo serbiam nell’altro canto.
[fine IV canto] Ed io nel dir di lui son più impacciato / se non finisco il canto, e piglio fiato.
fine VII canto] Ma perch’il cantar troppo, fa l’uom roco / siate contenti ch’io faccia duo pose / e pigli fiato, acciocché più sonora / e più dolce la voce mandi fuora. [fine IX canto]

Così il nostro autore, nel poema sulla Guerra di Siena:
Ma per tanto l’afanno che ho al cuore / vi domando un poca di ricreatione /…/ Domane ve la dirò ne l’altro canto [la distruzione di Chiusdino] / ché per ora non posso dirvi tanto; A tale che a dire il tutto mi spavento / e narrare ogni cosa alle minute / ma le prometto dire ne l’altro canto / di Chiusdino l’aflitto e duro pianto.

Nel poema sulle origini di Chiusdino: E tanto si tormenta la povarina / che pare in volto tutta trasformata / così sono io che non posso dir tanto / domane tornate a udir l’altro canto […] Perché adesso non vi vo’ narrare / né dirvi il fatto come sia passato / Perché mi sento la lena mancare / ancho so’ mezo rocho diventato / Per ogi tutti vi vo’ licentiare / domane ciascuno di noi sarà tornato / Ché nuove cose v’ho da proferire / se degnarete di starle a udire.2

Sul piano antropologico infine, i poemi testimoniano il forte legame con una cultura ancora affidata alla trasmissione orale. Oltre alle ottave appena citate, in cui ci si rivolge direttamente ad un pubblico di ascoltatori (chiarendo le ragioni di eventuali pause nella narrazione, anticipando nuovi contenuti ecc.), un elemento importante è senza dubbio la presenza – ma solo all’interno del poema “Li innamorati di Ariella” – degli stornelli popolari toscani in ottava rima.

Eccone un saggio:

76
Stava sospeso e non avie pensato,
quando colei lo venne a incitare;
E pensava a quel viso delicato
che tanto tempo doveva aspettare,
Ma spera pure d’essare consolato:
ma questo indugio molto aspro li pare,
Tanto che alfine si fu fatto avanti
e ’n questo modo cominciò suo’ canti:

77
“Ell’aria è quella che mi rasserena,
ell’aria è quella che mi dà la vita,
Ell’aria è quella che è di dolcezza piena,
ell’aria è quella quale ho stabilita,
ell’aria è quella che mi dà tanta lena,
ell’aria è quella che a ben far m’invita,
Ell’aria è quella ch’è per ogni via,
ell’aria è quella che ha l’anima mia”.

78
E poi voltòssi con volto infiamato
alla sua amata e cara Ariella,
Ebbe senza parlar quasi parlato;
parbe anche ella movesse la favella
E con bel volto sì ebbe accettato,
enchinòssi con gratia sì snella
Che fece tutti quanti innamorare
e poi voltòssi e cominciò a cantare:

79
“El mie bene è quel che ho stabilito,
el mie bene è quel che ho desiato,
El mie bene è quel che è comparito,
el mie bene è quel che m’ha visitato,
El mie bene è quel ch’è tanto colorito,
el mie bene è quel che tanto ho amato,
El mie bene è quello che pari non trova,
el mie bene è quel che mie vita rinuova”.

80
Ciascuno intorno si stava amirato,
ciascuno intorno si resta stupito,
Ciascuno intorno s’è maravigliato,
ciascuno intorno sì li mostra a dito,
Ciascuno intorno sta come insensato,
ciascuno intorno si mostra avilito,
Ciascuno intorno fermamente crede,
ciascuno intorno, che data sie fede.

Ell’aria è un chiaro esempio di allusione e gioco di parole; attraverso un sostantivo generico, ‘aria’, che non può dare adito a sospetti ma che allo stesso tempo ricorda molto il nome del vero soggetto della strofa, Benuccio parla in realtà di una precisa persona di cui però deve occultare e mascherare l’identità: nientedimeno che la sua amata Ariella. Dal momento che gli accordi matrimoniali vanno tenuti nascosti per un intero anno, l’unico modo per riferirsi ad Ariella è utilizzare l’anagramma ell’Aria; e il contenuto della strofa risulta plausibile proprio grazie alla sovrapposizione concettuale tra la persona di Ariella e l’aria che, proprio come la donna amata, è colei che mantiene in vita l’uomo.

A chi si rivolge Pietro Mattei mentre racconta, chi è il destinatario privilegiato della sua opera? Nientedimeno che la comunità di Chiusdino, la popolazione che va a messa, che vive del proprio duro lavoro, che prega, che soffre, e che ha bisogno, ogni tanto, di ricrearsi e di divertirsi, di evadere dalla quotidianità. Nel XVI secolo i divertimenti e i possibili svaghi erano pochissimi, e uno di questi era costituito dall’ascoltare storie. Storie di vario tipo, d’argomento fantastico o epico (maghi, fate, cavalieri, dame, imprese), oppure resoconti di fatti realmente accaduti che rievocando un passato comune servivano a cementare la solidarietà all’interno del pubblico di ascoltatori. Fino all’invenzione della stampa (ma anche in seguito, per più di un secolo), la modalità di fruizione più comune dell’opera letteraria era rappresentata dall’ascolto; la trasmissione del sapere avveniva soprattutto oralmente, e la fruizione era collettiva, non individuale. Ci si radunava nelle pubbliche piazze o nelle corti (in base al ceto sociale cui si apparteneva), e si assisteva a delle declamazioni, alle letture ad alta voce di poesie e racconti. Il metro (ovvero la sequenza e la durata dei versi e il loro ritmo) che veniva scelto dagli scrittori per questo tipo di componimenti era il più delle volte l’ottava, ovvero una strofa di otto versi con i due ultimi in rima, e gli altri rimati tra loro in modo alternato (ABABABCC); secondo alcuni studiosi la nascita di questo tipo di strofa sarebbe da ricollegare all’ambito culturale della poesia drammatica religiosa, che ha fruizione popolare così come i cantari, ed è autorevolmente attestata anche nel corpo delle laude di Jacopone da Todi.IMG_3932

Ma che cos’erano i cantari? Riporto qui di seguito le illuminanti parole presenti nel II vol. della Letteratura italiana a cura di Luigi Poma e Carla Riccardi (Le Monnier, 1997, p. 696):

“I cosiddetti ‘cantari’ sono componimenti narrativi in versi (in ottave) di argomento epico o cavalleresco, di origine popolare e destinati ad essere recitati. Assai diffusi nel XIV e XV secolo, essi costituiscono un fenomeno sicuramente più esteso di quanto possano far ritenere i testi che possediamo e le scarse notizie che ci sono state tramandate sui loro autori, e si legano strettamente alla nuova cultura cittadina e mercantile e al ruolo in essa ricoperto dai ‘canterini’. Con questo termine si indicano dei pubblici recitatori che, nelle piazze – spesso da un palco improvvisato […] – declamavano storie favolose a un pubblico estemporaneo, composto in larga parte da ceti popolari, artigiani, contadini inurbati e dalla borghesia mercantile della città. La loro attività non era però limitata alla pura e semplice recitazione, ma si estendeva anche alla composizione dei cantari”.

Non credo siamo lontani dal vero perciò quando affermiamo che anche il Mattei in fondo ha composto dei cantari, sicuramente temperandone i tratti “rustici” e marcatamente popolari, e che la tradizione dei cantari cavallereschi è stata determinante per la sua personale rielaborazione. I grandi poemi epici del Boiardo e dell’Ariosto non rappresentano altro che un’evoluzione in senso letterario dei cantari medievali, che acquistano così raffinatezza nel metro e armonia di stile; ma anche l’Orlando innamorato e l’Orlando furioso venivano spesso declamati e recitati dai loro autori nelle corti e in particolare alla corte degli Estensi, per intrattenere gli aristocratici mecenati e protettori. A proposito dell’Orlando furioso sappiamo che nel 1507 l’Ariosto legge alcuni canti del poema ancora incompiuto (la cui stesura era in corso però già da circa tre anni) a Isabella d’Este Gonzaga, la quale comunica al fratello Ippolito il suo gradimento.
La modalità di trasmissione orale doveva essere insomma ancora nella prima metà del XVI secolo molto comune, anche per le opere letterarie, benché la stampa favorisse senz’altro oltre che un’ampia circolazione dei testi anche la lettura silenziosa individuale. Come leggiamo nella Letteratura di Poma e Riccardi:

“Il passaggio dalle rappresentazioni di piazza al cosiddetto romanzo cavalleresco in ottava – e cioè dalla fruizione pubblica alla privata lettura – non presenta una linea di demarcazione ben precisa. […]. Uno dei problemi non ancora risolti è dunque se, e quanto, i documenti che possediamo riflettano i testi recitati in pubblico, o riproducano invece quelli scritti successivamente, non destinati all’esecuzione orale.”

E, in effetti, anche l’incipit del poema sulla Guerra di Siena (Caro lettore…), come del resto il congedo (in cui ci si rivolge sia a chi ha ascoltato, ma anche ad un imprecisato e anonimo “lettore”), suggerisce l’eventualità di una fruizione individuale, ma che sarà tuttavia da considerare come una “possibilità in più” per l’epoca, dovuta all’invenzione della stampa; il principale obiettivo era quello di comunicare con le persone del proprio ambiente, ed è probabile che il Mattei abbia inserito la sua breve prefazione solo a fine opera, per “confezionarla” in modo adeguato anche in vista di un’eventuale pubblicazione. Una conferma di questa doppia “possibilità di fruizione” dei poemi verrebbe dalla penultima strofa del poemetto sul passaggio dei Turchi, con cui concludo sottoscrivendo l’invito dell’autore:

Prego voi ascoltanti in cortesia / che a chi non li piacesse la mie rima / che non gl’entri per la fantasia / facine quanto che a lui pare stima; / A chi non piace questa opera mia non meno curo che la ponghi in cima / Ma potresti anche tu caro lettore / iscusarmi e far qualche favore.

Nota sull’autore:

“Pietro Mattej de chiusdino fecit”

Pietro Mattei (? – †1603), inizialmente confuso con Pierre Matthieu (1563-1621; fu scrittore e politico di spicco presso la corte di Enrico IV di Francia), ebbe incarichi di notevole importanza all’interno della comunità di Chiusdino. Venne più volte eletto camerlengo, e fu membro della prestigiosa Compagnia di San Galgano, diventando ben presto una figura autorevole e un punto di riferimento per il paese.

E proprio ai suoi conterranei si rivolge nei poemi, offrendo una testimonianza avvincente e genuina dei fatti e delle leggende di un’epoca.

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